a quel continente di pelle,
c'avrà avuto nove anni.
Violati uno per uno
fin nella coscienza
prenatale,
e oltre la soglia
Occorreranno ere,
per restituirgli
una chiara coscienza
di rabbia e di amore,
ma come insegnargli,
i calibri?

<< Andiamocene, Maria… >> la chiamò, ma lei era nuovamente scomparsa.
<< Maria? >> sussurrò << Maria? >> la chiamò a gran voce.
<< Cerca qualcuno, signor Moreau? >> gli domandò il clown col piede di porco << Forse la persona che cerca non è così lontana… >> detto questo, fece nuovamente leva, scardinando il baule, il quale si aprì di scatto vomitando fuori un essere che vi uscì con grazia quasi erotica. Erano due gambe già viste, quelle che scavalcarono il baule una alla volta.
Gianni riconobbe gli hot pants e i sandali e tremò. L’essere venne fuori totalmente, mostrando un torso monco privo di arti o testa, come se fosse stato amputato di netto. Il mostro agitò il busto orribilmente inespressivo terminante in una punta tonda come un uovo, e sgambettò verso di lui, cercando di raggiungerlo. Gianni fece tre urli corti di puro terrore e uno lunghissimo, mentre tentava goffamente di rialzarsi; alla fine ci riuscì, e scappò verso l’uscita. Ma ai freaks ciò non piacque, e si buttarono all’inseguimento. Fuori era già notte, e non c’era ancora nessuno alle bancarelle. I gestori osservarono la scena surreale degli scherzi della natura che inseguivano il giovane sventurato, e ridacchiarono fra di loro.
Raggiunta l’uscita, Gianni fece per scappare verso il motorino, ma qualcosa gli disse che nell’uliveto sarebbe stato più al sicuro, e si fiondò quindi dentro. La folla di mostri si fermò all’uscita, poi rimasero a guardarlo correre dentro il boschetto.
<< Dannato pidocchio. >> disse il clown col piede di porco, stringendo rumorosamente i denti.

...Furono solo incubi e tormenti senza fine, in un attimo di non coscienza durato secoli.
Appena Gianni riprese i sensi, fu mattino presto. E notò due fatti.
Primo: non si trovava in una pineta, ma in un uliveto. Questo lo atterrì non poco.
Secondo: la biondina misteriosa non c’era più.
<< Che serata di merda. >> borbottò <<…Che io sia dannato la prossima volta che vorrò venire in uno schifoso luna park con Magda…>>
“Già, Magda.”pensò “A quest’ora sarà tornata a casa, arrabbiata per non avermi trovato.” detto questo, si alzò in piedi. Ricordò quelle mostruosità, la sua fuga, la nebbia. Poi, parole nel buio, sussurrate a fil d’orecchio da voci arcane lontanissime.
Si diresse fuori dall’oliveto, malconcio. Poco distante da lì, c’era ancora il luna park. Ma stavano già sbaraccando.
Camminò per molti metri, e intravide una vecchia familiare fare fagotto aiutata da due zingari.
<< Buongiorno, giovanotto. >> gli sorrise, ammiccandogli.
<< Buongiorno… >> riuscì a dire.
Fece qualche altro passo, poi si bloccò. Tornò indietro, dalla chiromante.
<< Mi scusi… >> si sentiva quasi ridicolo a chiedere una cosa simile. La vecchia gli si avvicinò, incuriosita.
<< Dimmi pure. >>
<< Senta, ieri sera mi ha fatto strane predizioni, e…io…>> trasse dai jeans il biglietto. Si accorse che era obliterato, e questo lo fece rabbrividire non poco <<…Ho vinto questo biglietto, poi mi sono accadute cose strane…>>
<< Fammi vedere. >> disse l’anziana. Lo prese fra le mani e lo esaminò, girandolo dall’altra parte, ma la scritta era sparita. Era un normalissimo biglietto omaggio per il circo.
<< Non vedo nulla di strano. >> osservò la vecchia, restituendogli il foglio. Sbigottito, anche Gianni lo analizzò.
<< Non è possibile… >> lo rivolse da entrambi i lati. La scritta misteriosa era scomparsa.
<< Però… >> disse la vecchia, aiutando i giovani a prendere le ultime cose << Su quel biglietto sento impressa un’immensa energia occulta. >>
Gianni sentì un brivido trasmettersi lungo tutta la schiena.
<< Davvero? E a chi apparterrebbe? >>
<< Dovresti saperlo. >> fece per andarsene, la sacca sulle spalle.
<< No, aspetti! >> s’avvicinò, facendo per bloccarla.
<< Senti, ragazzo >> l’anziana donna sbuffò << Io me ne sto andando a mangiare. Trovateli da solo. >>
<< Chi? >>
La chiromante non rispose, allontanandosi.
“Stronza” pensò, riprendendo il cammino.
Minuti dopo, Gianni raggiunse il luogo dove l’altra sera c’era il tendone. Ma non trovò nulla, neanche un paletto.
<< Dov’è finito? >> si chiese. Un pagliaccio di passaggio attraversò la sua visuale.
<< Scusami… >> lo chiamò. Questi si avvicinò, annuendo. Aveva ancora il trucco addosso.
<< Sapresti dirmi dov’è il Circo Lear? >>
Il pagliaccio parve non capire.
<< Lear. Il circo che era proprio qui ieri sera. >> spiegò.
<< Non conosco alcun circo con questo nome. >> scosse il capo << Io vendo palloncini in quella bancarella. >> indicò in fondo.
“In questa fiera nessuno mi vuol essere utile” pensò Gianni amareggiato.
<< Mi ricordo di te, però. >> lo fissò << Eri con quella biondina, ieri sera. >>
<< Già. >> assentì il ragazzo << L’hai vista in giro? >>
Il pagliaccio scosse il capo.
<< Mi dispiace. Vorrei poterti aiutare. >> il suo tono era sincero. Gianni decise di approfittarne, perciò.
<< Guarda questo biglietto. >> gli disse, mostrandogli il pezzo di carta << E’ del circo di ieri. >>
Anche il clown lo esaminò per bene.
<< E’ strano. >> concluse.
<< Cosa? >> domandò Giovanni, stanco di misteri.
<< Questo biglietto. >> spiegò, mettendolo contro luce << Ha una filigrana. >>
Gianni lo riprese in mano, e fece la stessa cosa, ponendolo dinnanzi al sole.
<< E’ vero. >> commentò.
<< Non ne ho mai visto uno così. Chi te lo ha dato? >>
<< L’ho vinto a una bancarella… >>
Il clown tacque.
Gianni esaminò ancora il buono omaggio. In alto c’era ancora il logo del Circo Lear, c’erano ancora in mezzo i personaggi circensi, dalle tigri agli elefanti alle ballerine. E il pagliaccio in primo piano.
Il sole iniziò a farsi sentire. Dovevano essere le otto o le nove.
Col cuore in gola, intascò nuovamente il biglietto e ritornò sui propri passi, all’uscita della fiera. L’uliveto era ancora là, alla sua destra, con i suoi alberi misteriosi e i suoi segreti inenarrabili.
Una volpe gli passò la strada e si fermò a guardarlo. Annusò l’aere col musetto, e poi gli si avvicinò.
<< E tu? >> si chinò per accarezzarla << Che cosa vuoi? >> sorrise. La volpe lo fissò con occhi intelligenti. Poi fece qualcosa di insolito. Piegò di scatto la testa verso gli alberi, come se intendesse indicargli qualcosa. All’inizio Gianni non capì, poi la volpe abbassò e rialzò la palpebra destra. Gli aveva strizzato l’occhio?!
<< Vuoi che ti segua? >> le chiese, quasi potesse rispondergli. La volpe abbassò di scatto il capo, poi lo piegò nuovamente in direzione degli alberi. Gli stava annuendo??
<< Questa storia è sempre più assurda. E’ come se stessi sognando. >> disse il ragazzo. Poi, dopo un attimo di esitazione, esclamò: << Ma sì...! >> e così le andò dietro.
Dopo alcuni metri dentro il boschetto, la volpe si fermò di fronte a un ulivo enormemente grande.
Aveva un’apertura, sul davanti, una cavità ovale che doveva portare all’interno dell’albero, nei recessi più oscuri.
<< Vuoi che entri qui dentro? >> Gianni si sentì come Alice col Bianconiglio. La volpe annuì ancora, saltandovi dentro. Il buco sembrava essere alto un metro e largo uno e mezzo: non era esattamente agevole, ma sarebbe ugualmente passato. Con molta fatica infatti, piegandosi e camminandovi dentro, riuscì a saggiarne la profondità. Era troppo grande, per essere l’interno di un olivo, ragionò. Eppure, ciò non lo atterrì più di tanto. Urtò il piede contro qualcosa, e, dopo un sussulto iniziale, si chinò a raccogliere l’oggetto che lo aveva intralciato: sembrava uno scatolo dotato di una seconda parte in metallo. Lo sollevò, tornando verso la luce emergendo dalla caverna di legno, osservandolo meglio, seguito dalla volpe.
<< Che significa? >> fra le mani del ragazzo c’era un grammofono. Era antico, con tromba d’ottone e manovella. Cosa ci faceva un oggetto simile dentro un olivo gigante?
Rinvenuto il motorino, Giovanni tornò a casa trafelato. Senza curarsi dell’orario, entrò di corsa col grammofono, individuò camera sua, e si stese sul letto, appoggiando sul tavolo l’oggetto.
Ulteriori incubi torturarono il sonno del ragazzo, fra ricordi e visioni, frasi in lingua sconosciuta sibilargli nella mente.
Si svegliò più tardi, guardando l’orario sull’orologio giocattolo che aveva vinto la sera prima: erano le sette di sera. Aveva dormito undici ore. E aveva dormito con tutti i vestiti, i quali puzzavano di stanchezza. Aveva la salivazione quasi azzerata, doveva bere e farsi una doccia. Nell’uscire dalla camera, ritrovò i suoi genitori che si stavano preparando ad uscire.
<< Ah, ben svegliato! >> lo salutò il padre, ironico.
<< Ciao… >> mugolò.
<< Noi stiamo andando a fare la spesa. Se devi uscire, chiudi tutte le finestre. >> disse la madre, conducendo il marito all’uscita. Al chiudersi della porta, Gianni andò in cucina a bere, poi si infilò immediatamente nella doccia. Dopo essersi lavato, uscì fuori in accappatoio a fissare il grammofono sul tavolo. Quali orrendi segreti mi stai celando? pensò, cercando nei suoi scaffali un vinile che potesse ascoltare. Trovò Crac! degli Area, e lo inserì subito. Girò la manovella per ascoltarlo, sperando che la spilla non lo rovinasse. Nulla. La voce di Demetrio Stratos non si sentiva. C’era il silenzio più totale. Cosa poteva significare?
Ovvio: l’apparecchio era rotto. Deluso, rimise il vinile nella custodia e decise di vestirsi. Afferrò il cellulare e tempestò per tre quarti d’ora buoni il telefono di Magda. Ma non ottenne risposta: doveva essere spento.
<< Affanculo. >> imprecò, uscendo di casa senza chiudere le finestre. Che fine poteva aver fatto la sua moretta sorridente?
Tornò al luna park, beccando il momento giusto in cui stavano rimontando le bancarelle. Lasciato il motorino, vide passare all’entrata, in fila indiana, una serie di personaggi bizzarri, fra i quali riconobbe una persona particolare: era il clown che ieri sera gli aveva obliterato il biglietto. Era il circo Lear!
<< Ehi! >> lo chiamò, correndo più in fretta che poteva. Il clown sembrò ignorarlo, dirigendosi con gli altri verso l’interno della fiera: Gianni decise di inseguirlo. Dopo un po’ si ritrovarono sul punto dove c’era il circo l’altro giorno, stavano infatti ricostruendo il tendone. Il clown si fermò lì.
<< Aspetta! >> lo chiamò, a gran voce. Questi si girò, con aria molto seria, inusuale per un clown.
<< Ascolta, volevo chiederti una cosa… >> attrasse la sua attenzione << Cos’è successo ieri sera? Cos’era quello spettacolo? >>
Il clown lo fissò con enorme disgusto trapelargli dal volto truccato.
<< A cosa ti riferisci, giovane? >> il suo tono era gelido.
<< Quella specie di mostro. Lo applaudivano come se fosse… >>
<< Non chiamarlo così. >> ringhiò.
Intimorito dalla risposta, Gianni continuò: << Senti, ieri mi hai obliterato questo biglietto. >> lo estrasse per l’ennesima volta dalla tasca << E’ del vostro circo. L’ho vinto ad una bancarella. Però sul retro c’era scritta una frase. >>
<< Che frase? >> si interessò il clown, mantenendo serietà.
<< ‘Lei è il figlio singolo dell’esoterico’ o roba del genere. E ora non c’è più. >>
Il clown rise. Più che una risata, pareva una tosse sibilante.
<< Vuoi forse dire… ‘Figlio della singolarità esoterica’? >> mancò un paio di respiri per riprendersi.
<< Sì, esatto! >> dichiarò, lieto che qualcuno potesse aiutarlo.
<< Sei proprio fortunato, giovane. >> poi riprese a ridere. Il tendone intanto era stato finito di montare.
<< Ah, sì? E perché? >>
<< E’ il più bel premio che si possa ambire, credimi! >> detto ciò, gli rese il biglietto e ritornò a ridere. Stufato da tali comportamenti, Gianni gli si avvicinò di più, in preda all’ira.
<< Che cos’è la singolarità esoterica? Cos’è successo qui ieri sera? >> fece per afferrargli i baveri del buffo costume, ma il clown fece un passo indietro.
Prima che potesse replicare, un’ombra bionda lo afferrò. Il bacio lo avvolse d’affetto fino al cuore.
<< Dov’eri finito, ieri! >> esclamò, osservandolo con quegli occhi chiari.
<< Oh, sei tu… >> la riconobbe <<…Maria. >> ricordò. Era la ragazza dell'altra sera.
<< Dai, entriamo a vedere le attrazioni! >> lo tirò lei, stavolta, per il braccio.
<< No, aspetta! >> i peli gli si fecero dritti. Spavento totale.
<< Che ti prende, dai! >> erano troppo vicini, il terrore di tornare in quell’inferno lo faceva letteralmente impazzire. Ma il pagliaccio gli si avvicinò, e li spinse dentro con forza inumana. Rise.
<< Oddio, no! Dio, no! >> balbettava terrorizzato il povero Giovanni, tenendo le palpebre chiuse ermeticamente.
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Da vicino, il tendone era immenso. A strisce bianche e rosse, con una banderuola in cima. Una enorme scritta all’entrata capeggiava minacciosa: “CIRCO LEAR”, all’entrata un pagliaccio dall’aria stanca e bisunta obliterava i biglietti alla fila di persone, fra famiglie e vecchi. Gianni si guardò attorno, in cerca di Magda.
Niente, non riusciva a individuarla: troppa gente e troppo caldo. Nell’afa serale, gli ritornarono alla mente le predizioni della sedicente chiromante, alla bancarella di poco prima.
La tua vita, il tuo mondo…stanno prendendo una contorsione imprevista…
“Una contorsione?” rifletté Gianni “E di che tipo?” contemporaneamente, saggiava la qualità scarsa della carta del biglietto. In quell’istante, senza accorgersene, era capitato fra le spire del clown all’entrata. Mani sudate gli rubarono il biglietto, obliterandolo.
<< Da questa parte. >> lo spinse, prima ancora che potesse reagire. Gianni fece per protestare, ma si ritrovò talmente dentro il tendone da osservare lo spettacolo senza volerlo. E ciò che vide, quando fu in grado di focalizzarlo correttamente, lo raggelò fin nei polmoni.
C’era una montagnola di terra ricca di sterpi, sopra la quale una specie di diabolico scherzo della natura recitava preghiere in lingue sconosciute. Aveva un corpo massiccio dotato di robuste zampe con dita viscide, un lungo collo e un’unica testa da insetto schiacciata e rivoltante. Il corpo si inarcava verso l’alto, nel tentativo di assumere una posizione eretta, ma la mole di cui era composto glielo impediva tragicamente. Sopra il suo lungo muso con guscio svolazzavano insetti filiformi dal corpo flessibile, i quali unendo le proprie estremità e curvando le loro schiene formavano temporaneamente un cuore stilizzato.
Vi fu un applauso generale degli astanti.
Certi urlarono al miracolo. La bestia, intuì Gianni, era in qualche modo il loro messia.
<< Grazie di essere qui ed amarci! >> gridò un clown col microfono, diafano sotto la luce spezzettata dei cinque riflettori. Gli applausi si rinvigorirono. Improvvise emissioni di fiamme celebrarono l’evento. Il mostro sulla rupe terminò l’esibizione, tornando a quattro zampe. Sul suo corpo si potevano notare simboli arcaici dipinti un po’ qua e là.
Un improvviso tuono-gorgoglio ritmico mise a tacere la folla in delirio. Gianni capì che proveniva dall’essere enorme: aveva parlato!
Qualcosa non va, signor Moreau? Lo spettacolo non è di suo gradimento?
La bestia s’era rivolta a lui. Colto dall’orrore, Gianni scappò urlando, sentendosi insultare dalla maggior parte del pubblico. Cercò l’entrata, ma fu tutto inutile: un improvviso buio l’aveva smarrita. La sua corsa però continuava, mentre suoni e luci divenivano un ricordo…
Gli bastò sbattere le palpebre e fu fuori dal tendone, nuovamente nel luna park. Ringraziò il cielo di essere uscito da quel…quello spettacolo. Ma era stato vero o se l’era immaginato?
Una mano calma gli toccò la spalla. Gianni si voltò e vide una ragazza bionda con due piccoli codini ai lati della testa, occhi chiari e abito colorato.
<< Scusa, mi sapresti dire…>> fece per parlargli, ma Gianni la troncò, baciandola in bocca.
<< Magda! Grazie al cielo! >> disse, rinvenendo da quelle piacevoli labbra carnose.
Qualunque ragazza gli avrebbe mollato un ceffone, ma questa rimase solo perplessa.
<< Magda? No, il mio nome è…>>
<< Dobbiamo scappare. Sento che qualcosa ci sta inseguendo. Dobbiamo…>>
<< Ehi, ehi. >> lo interruppe << Che strano modo che hai di rimorchiare! >>
Gianni non fece caso alle parole della ragazza, e la tirò dolcemente per il braccio, sentendo il senno scivolargli via.
<< Andiamo! >> la invitò, camminando a grandi falcate.
<< Aspetta, non so neanche come ti chiami! Che ti prende, insomma? Cosa vuoi da me?>>
Gianni non la ascoltò, scortandola verso l’uscita del luna park. Lì la lasciò andare.
<< Qui non ci vedrà nessuno. >> indicò una pineta avvolta nella debole luce lunare.
<< Come corri! >> disse, con voce sensuale << Per me va bene. >> poi gli prese la testa, portandolo a sé, e gli passò la punta della lingua sulle labbra. Sorrise.
Gianni, intorpidito, non capiva più cosa stesse facendo, inoltrandosi nel boschetto con la sconosciuta. Si accorse subito dopo che portava una maglietta aderente, hot pants molto succinti e sandali infradito.
<< Io… >> tentennò, ma ormai la ragazza aveva già cominciato a toccarlo e spogliarlo. Si tolse la maglietta mettendo a nudo i seni e lo baciò appassionatamente.
<< Magda, aspetta… >> il caos nella sua mente era sempre più intenso. Che stava succedendo?
<< Non mi chiamo Magda. >> lo bloccò lei << Il mio nome è… Maria… >>
Gianni si sedette a terra, esausto. Appoggiò la schiena al tronco di un albero per riprendere fiato. La biondina si sedette sul suo ventre. Non pesava molto.
<< Che cos’hai? Ti senti bene? >> gli domandò, accigliata.
<< Nulla... E’ da questa sera che mi capitano cose strane…>>
<< Del tipo? >>
<< Non so…visioni… >> tossì, assaporando il proprio stesso alito. Aveva uno strano retrogusto, come se avesse assaggiato qualcosa di acre.
<< Vieni qui… >> riprese a sorridergli, tirandolo verso di lei per baciarlo ancora. Era insaziabile. Gli passò le mani sul basso ventre, accarezzando con i polpastrelli il contenuto, passando e ripassando dal perineo fino all'area interessata, su e giù, sempre più giù...
I suoi baci divennero caldi e pericolosi, sfiorando tutte le zone sensibili del viso di Gianni, con una maestria erotica ineguale. Lentamente, spinse il busto e il bacino più vicini, muovendo il sedere quanto bastava per sfiorare ed eccitare il pube di lui. Preso di soprassalto, Giovanni tentava perlomeno di respirare, cosa alquanto difficile in quell'annaspare, perso ormai in un mondo di piacere e sensazioni incomprensibili. Tutto sembrava confuso e caotico, la fuga di poco fa, le movenze della ragazza che ora gli stuzzicava il lobo e poi risaliva l'orecchio, il buio della pineta odorosa...
<< Un momento… >> la fermò lui, tentando di tirarsi su.
<< Che succede? >> bisbigliò, nel pieno del momento.
Un fumo grigio comparve all’improvviso, addensandosi nella boscaglia. Gianni lo notò subito dopo di lei.
<< Santo cielo. >> il terrore gli ritornò in gola.
<< Stringimi. >> gli impose lei, abbracciandolo. Tremava come una foglia.
La nebbia era innaturale, come un fumogeno indotto da qualcuno…era fredda, palpabile, troppo veloce nell'espandersi.
Una piccola ombra nel vapore raggiunse la visuale del ragazzo…
Giovanni Moreau svenne.

<< C’è qualcosa…che non quadra.>> osservò la zingara, facendo più volte scorrere quelle dita con unghie allo smalto blu sulla delicata diramazione del palmo di lui.
La vecchia gli fece un sorriso sdentato.
All’uscita, Magda lo attendeva trepidante.
<< Allora? Com’è andata? >> cinguettò. Mora, abbronzata, snella, aveva la pelle sudaticcia sotto i vestiti chiari.
Gianni scosse il capo.
<< E’ matta da legare. Che idea del cazzo che c’è venuta. >>
Un po’ delusa, la ragazza gli venne incontro, reclamandogli il braccio, al quale si avvinghiò stendendovi la testa. I due presero a camminare.
<< Dai, non fare così. Cosa ti ha detto di così assurdo? >>
<< Ma niente…>> si girò con tono stizzito.
<< Proprio non vuoi dirmelo?>> insistette lei.
<< Che vuoi sapere? E’ una vecchia scema che si campa di queste cavolate. Mi ha detto…>>
<< Guarda, Gianni! >> lo interruppe, indicandogli un’altra attrazione. Il luna park, purtroppo, era veramente immenso. Ci sarebbe voluta tutta la notte per visitarlo, pensò Gianni scoraggiato.
<< Cosa, Magda? >> cercò di seguire la traiettoria del dito. Man mano che camminavano, si materializzò meglio l’oggetto che aveva attratto l’attenzione della sua ragazza. Era un tavolo tondo fornito di innumerevoli buche. In basso, sulla parte davanti, fuoriuscivano svariati piccoli scivoli color arancione.
<< Leggi quel cartello! >> indicò, in prossimità della testa del gestore, uomo di mezza età seduto su una sedia di plastica bianca.
<< ‘Si vince sempre’>> lesse la scritta a pennarello << ‘Un euro a tiro.’ >> sbuffando, perlustrò il borsellino.
<< Oh, ma non sei obbligato a partecipare, se non vuoi! >>
<< Dai, tieni. >> rispose Gianni, offrendole la monetina.
<< Grazie! >> detto questo, lo baciò sulla guancia avviandosi a passo svelto verso il gioco.
“A volte sembra una bambina” pensò Giovanni “Ed io un vecchio brontolone. Strana accoppiata.”
A passo lento, la raggiunse al tavolo.
<< Che si vince? >> domandò Magda al gestore.
<< Uno dei premi dietro di me. >> indicò l’uomo, mostrando piccoli giochi, rompicapo, calcolatrici, pupazzi, e altro ancora.
<< Tutto qui? >> sembrò sconsolata.
<< No >> la contraddisse << in uno dei premi, se sei fortunata, puoi trovare un buono per il Circo Lear. >>
Incoraggiata, Magda riafferrò il sorriso che le era scemato, e consegnò la moneta al gestore. Di tutta risposta, ebbe una pallina di gomma.
<< Tre tiri. >> annunciò. La distanza di sicurezza era di circa un metro, appurò. Un gioco facile e divertente, pensò Magda, lanciando la pallina verso il tavolo. Questa rimbalzò, rotolando e scendendo a causa della lieve inclinazione del piano, finché non incontrò una buca e vi cadde. Un sistema di pesi e leve interni fece scattare a molla il premio lungo uno degli scivoli esterni: era un piccolo orsacchiotto imbustato sottovuoto. La ragazza lo aprì squarciando la plastica dura, e cercò il buono di cui parlava il gestore: niente.
<< Ah, non l’ha trovato. Beh, pazienza. Le rimangono altri due tiri. >> detto questo, le riconsegnò la pallina di gomma morbida. In quell’istante, Gianni la raggiunse.
<< Dai, prova anche tu! C’è il doppio premio! >> lo incoraggiò, passandogli la palla.
<< Doppio premio? >>
<< Si può vincere sia uno dei giochi che un buono omaggio per una serata al Circo!>> l’entusiasmo di Magda era sconvolgente. Puro terrore.
Tentennando, lui osservò la pallina. Poi la lanciò impulsivamente verso una delle buche. Beccò al primo colpo quella più centrale, lasciando di stucco tutti. Ciò che ne scese fu un orologio giocattolo, legato ad un inconfondibile biglietto colorato. Colse lui stesso il pacchetto trasparente e lo strappò, traendovi fuori i due oggetti: uno era appunto l’orologio, mentre l’altro era una striscia di carta stampata raffigurante ballerine di colore al fianco di enormi elefanti seguite dalla faccia di un clown ridente in primo piano.
<< Complimenti, signore. >> disse l’uomo dietro il banco, con un’espressione a bocca aperta.
Per nulla interessato, Gianni Moreau annuì.
<< Caspita, che fortuna! Bravo! >> gli applaudì Magda << Vedi se vale per due persone! >>
Gianni analizzò il biglietto, guardando se recasse la dicitura interessata. Lo girò, e sulla parte posteriore trovò una frase stampata.
CONGRATULAZIONI!
LEI E’ IL FIGLIO
DELLA SINGOLARITA’
ESOTERICA!
Quell’informazione lo terrificò, non seppe perché. La sua espressione era mutata da seria a preoccupata, e nel frattempo la sua ragazza aveva già lanciato di nuovo la palla. Il tiro fu troppo fuori, e rimbalzò sul legno per poi cadere via.
<< Mi spiace, signorina! >> la consolò il gestore.
Magda, un po’ delusa, tenne stretto l’orsacchiotto e se ne andò tirando per il braccio Gianni.
<< Mi fai vedere il tuo premio? >> gli chiese.
Nella folla serale, col caldo d’agosto e la stanchezza, era sempre più difficile camminare. Gocce di sudore imperlavano la fronte dei due fidanzati. Da lontano, finalmente, intravidero il tendone del circo.
<< Hai controllato se il buono valeva per due? >>
Distolto dai pensieri sulla frase inquietante, Gianni s’accorse d’essersi dimenticato di avvisarla.
<< Oh, scusa. >> le disse << No, è per uno. >>
Magda si fermò.
<< E me lo dici adesso? >> ringhiò in tono accidioso.
<< Hai ragione. Scusami. >>
Di tutta risposta, la ragazza mora si allontanò di scatto da lui.
<< Magda! >> la chiamò. Ma, nella calca di gente, non riuscì a raggiungerla. Era scomparsa.
“Stupida!” pensò lui. “A volte non sembra avere sedici anni, ma sei”. Si guardò attorno, cercandola dappertutto, in ogni bancarella nelle immediate vicinanze. Poi pensò che forse era corsa verso il circo, e vi si avviò.
